martedì 19 giugno 2012

Braccio meccanico serve drink...

Subire un trauma che ti rende paralizzato è una tragedia, ma non in un prossimo futuro non ti impedirà più i movimenti più fondamentali. Non fantascienza ma realtà. BrainGate ha sviluppato un sistema innovativo per usare il pc, bere il caffè e muovere arti robotici col pensiero.


Funziona davvero! - Per la prima volta si è riusciti a far muovere un braccio artificiale tramite il pensiero. Si tratta di BrainGate, un progetto sperimentale portato avanti da Leigh Hochberg, neurologo della Brown University di Providence, Massachusets. Il sistema - il cui studio è stato pubblicato su Nature lo scorso 16 maggio - sfrutta un chip di soli 4 millimetri di spessore impiantato nel cervello nell’area delle terminazioni nervose responsabili dei movimenti e invia i “istruzioni” a un computer che rielabora i dati generando i comandi per il software.

Risultati eccezionali - Gli esperimenti sugli esseri umani sono iniziati nel 2004 su 100 volontari. Il primo a riuscire a muovere un arto robotico è stato Matt Nagle, un 25enne paralizzato dal collo in giù. Da allora sono stati fatti numerosi passi avanti. Ora, infatti, non si tratta più di semplici movimenti, ma di vere e proprie azioni. Vedere una volontaria muovere l’arto nello spazio tridimensionale e bere da sola un caffè è stato evento che ha emozionato tutto lo staff. La donna aveva avuto un infarto molto tempo che le le fosse impiantato il sistema cinque anni fa. L’altro grande passo avanti è stato anche constatare che i suoi ricettori motori funzionassero ancora.

Ma come hanno fatto? - I ricercatori sono partiti da “molto lontano”. All’inizio hanno dovuto mappare le attività del cervello per poterle insegnare al braccio meccanico. I volontari hanno dovuto immaginare di poter muovere l’arto, mentre in realtà veniva mosso separatamente. Questo ha fatto sì che successivamente i pensieri producessero movimenti reali.

Un futuro migliore - Gli studi ovviamente non si fermano qui perché i ricercatori vogliono rendere il sistema più piccolo, wireless ma soprattutto abbastanza affidabile da permetterne un utilizzo costante. Ma il sogno del professor Hochberg va ben oltre. L’idea è di voler rendere il chip adatto a comunicare i segnali direttamente negli arti delle persone invalide, in modo da riattivare le parti stesse del corpo senza dover utilizzare meccanismi robotici.

Per tutti - Lo studio è in parte finanziato dalla Defense Advanced Research Projects Agency, agenzia americana per la ricerca di nuove tecnologie militari, nella speranza che si possano aiutare anche i veterani di guerra. Noi ci auguriamo che presto un sistema come questo possa essere alla portata di tutti coloro che ne hanno bisogno.


E con questo e tutto arrivederci al prossimo...





Nessun commento:

Posta un commento